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“Sono nata in un piccolo paese del Trentino, un lembo di terra che, stretto tra alte e brulle montagne della Valle d’Adige, vive nelle lunghissime ombre proiettate dai due versanti che, quotidianamente altalenanti, avvolgono la valle nel buio. Scorrenti da nord a sud, i versanti della valle fungono da immane meridiana dei luoghi: così la luce del mattino colora e riscalda le case e i frammenti di campagna sulla riva destra fiume, mentre la luce del tramonto ravviva i colori della riva opposta.”

Cosi descrive Prof. Maria Grazia Eccheli la sua origine, quelle visioni che hanno lasciato il segno di un’ identità che l’ha accompagnata nella sua formazione e sensibilità come architetto. Inizia così un racconto pieno di memorie di fatti, esperienze e di se stessa, fin dai primi approcci con il mondo affascinante del ri-scrivere i luoghi, mondo che oggi lei insegna agli studenti come farlo proprio.
“ E’ degli anni settanta il mio primo incontro con l’Architettura presso l’IUAV di Venezia: una facoltà resa prestigiosa anche dall’insegnamento di giovani architetti, capaci di teorie e di progetti già allora oggetto di dibattito internazionale.

      

Sebbene il mio sogno fosse entrare nel mondo della moda, fu tuttavia grazie a quegli insegnanti che mi innamorai del mondo delle forme: lezioni memorabili che introducevano a una sorprendente conoscenza di spazi, allo stupore di semplici oggetti quotidiani.
Una stagione irrepetibile: Mies Van der Rohe e Adolf Loos, Le Corbusier e i razionalisti italiani che hanno saputo fondere rigore e mediterraneità.
Imparai ben presto che i veri maestri erano le buone architetture (sia del presente che del passato): ri-percorrerle voleva dire carpirne l’anima, unica via per ogni loro declinazione nella modernità.
Imparai a disseppellire tracce (ogni luogo porta con sé la rovina di se stesso come destino: scriveva il grande BORGES: “…se scavassimo, vi troveremo rovine… parole sradicate e mutilate, parole di altri…”): di qui l’ammirazione per la ROVINA e la sua incompletezza demandata a segni disponibili a trasformarsi nel progetto.


Sono anni pieni di stimoli, gli anni di facoltà che M.G. Eccheli ci racconta, pieni di fermento di idee e di voglia di concretizzare l’insegnamenti dei grandi maestri nella carriera professionale.

Laureata, era mia intenzione fare solamente l’architetto e chiudere con l’Università, nonostante l’invito di alcuni professori a rimanere… ma, ancora una volta, come nella Divina Commedia, davanti a sentieri che si biforcano, mi incamminai verso quel mondo che avevo deciso di abbandonare.
A Venezia, ricercatore presso l’IUAV, partecipai alla rivista PHALARIS voluta dal suo direttore Luciano Semerani come specchio di una architettura in continuo raffronto tra passato e presente, e soprattutto complice con tutte le ARTI: pittura, scultura, cinema, moda, letteratura.

Questa esperienza fu per me un importantissimo faro quando approdata verso la fine degli anni novanta, alla Facoltà di Architettura di Firenze come full professor - assunsi la direzione della rivista FIRENZE ARCHITETTURA.

Penso, infatti, di aver guidato e di continuare a guidare la rivista con rigore e creatività; grazie anche alla collaborazione di un Comitato Redazionale composto da giovani ricercatori e alla scrupolosità di un nuovo Comitato Scientifico internazionale, la rivista è potuta entrare nella classe A delle riviste del settore.

In generale, il mio rapporto con gli studenti e i collaboratori è sempre un darsi a vicenda e, insieme, esplorare nuovi mondi e nuovi interessi; non ultimo quello per la terra cruda e rossa di Marrakech, con il costruire con poco, con il materiale della tradizione. Il gesto, se non la passione, è sempre lo stesso: portare avanti forme del passato declinandole nella modernità.

E’ evidente che il mondo del mio lavoro non è mai scisso dalla ricerca nell’Università.
I temi, le questioni proprie dell’architettura prendono corpo sia nella trasmissione didattica sia come principi nel lavoro dello Studio (fondato a Verona con Riccardo Campagnola, full professor presso il Politecnico di Milano).

Tema fondamentale – capace di definire la “tonalità” della ricerca – è il RI-SCRIVERE:
ovvero ri-costruire in un costruito ormai irriconoscibile e inutilizzabile; ma anche la ri-costruzione di paesaggi già tematizzati dalla storia. Temi che si ri-presentano, quasi ossessive presenze, anche nei dialoghi con gli studenti, non altrimenti che nel lavoro di studio con Riccardo e i giovani collaboratori.

Ci sembra di percepire le stesse emozioni e stimoli da studentessa d’architettura a Venezia di M.G.Eccheli durante le lezioni dei grandi maestri, quelle che oggi sentono i nostri studenti di Univ.Catt.NSBC a Tirana che seguono affascinati il suo corso di Laboratorio di Progettazione dell’Architettura.
I suoi insegnamenti sono frutto non solo dell’esperienza accademica e ricerca nel mondo universitario, ma soprattutto anche di un grande numero di esperienze progettuali.

I TEMI DI DIALOGO CON L’ARCHITETTURA:
Nel concorso ad inviti per la ricostruzione del Castello nell’Isola dei Musei a BERLINO, il tema della MEMORIA prevaricava a tal punto la richiesta di una costruzione “dov’era e com’era” del fabbricato originario, che l’idea fondante del nostro progetto è stata quella di fare entrare la città nel nuovo edificio, trasformandolo in museo di se stesso e della città distrutta. La galleria che lo attraversa, da noi definita degli antichi, perché le statue e gli emblemi della città distrutta sono collocati come personaggi a unire i luoghi magici dell’Isola, è certamente segno di memoria.
LUCE e OMBRA, elementi della costruzione dei nostri progetti diviene tema protagonista nei progetti di edifici sacri, come per esempio nel progetto dell’AULA DEL COMMIATO e, quasi sempre, nella ricostruzione di spazi distrutti, quale ad esempio la CHIESA DI ISCHIA.
Nei progetti di scuole per bambini, prevaleva il tema del rapporto tra interno/esterno, tra il DENTRO e il FUORI: le stanze della luce e le stanze dell’ombra, per creare ATMOSFERE e spazi emozionali.
TIPO E MATERIA si concretizzano nell’evidenza di una vera “PORTA DEL BOSCO” nella pineta di San Zeno di Montagna: una strada/corte ri-percorre l’idea di tutte le “contrade” rurali tipiche del luogo, accogliendo, anche nel materiale, muri e stanze a cielo aperto, tradizioni di un antico costruire.
Ancora nel progetto di ampliamento di un palazzo a REGENSBURG, in Baviera, il TIPO della corte evoca il senso compositivo di “spazio teatrale” custodito dall’interno degli antichi palazzi.
Un esempio della ricerca di una segreta TEATRALITA’ DOMESTICA - forse l’aspetto di più difficile individuazione tra i paradigmi dell’abitare – sta forse la nostra ristrutturazione ad abitazione di una parte di un antico convento. Un progetto in cui diviene protagonista un campanile trasformato in un interno/esterno illuminato dalla limpida luce zenitale per l’intera sua altezza. Ai suoi piedi, a dominare il paesaggio, una lunga e stretta vasca d’acqua ripete la forma delle antiche vasche rurali per l’irrigazione dei campi.

    

Lei è appassionata non solo della progettazione architettonica e della didattica, ma tornando ai temi della ricerca, uno degli ultimi lavori è stato anche quello di raccontare altre storie di vita come la sua, quelle di altre donne architetto.

L’incontro con il mondo al femminile è stato un di-svelamento di un universo affascinante. L’esperienza è riassunta nella pubblicazione di DONNARCHITETTURA, una raccolta di profili di donne architetto: affascinanti protagoniste restituite, tra passato e presente, nelle loro opere e nel loro pensiero.

Tra loro, le primissime laureate, come la bellissima Charlotte Perriand che dopo 10 anni passati nello studio di Le Corbusier se ne fugge in Oriente, o una furibonda Eileen Gray perché, sempre Le Corbusier, si permette di imbrattare con un graffito il bianchissimo muro della sua casa; o ancora Lilly Reich, fino Cini Boeri, Gae Aulenti e Gigetta Tamaro, instancabili autrici.
E poi alcune contemporanee unite dal filo rosso di dover ripercorrere - con un breve saggio e/o con la testimonianza di una loro opera - il tema di “costruire nel paesaggio costruito”: un tema che costituisce la nostra sola e unica risorsa.


Oggi, ormai da due anni, queste passioni, racconti ed esperienze vengono trasmesse agli studenti d’architettura alla UCNSBC a Tirana. Come ha scoperto e cosa significa questa esperienza a Tirana per M.G. Eccheli?

Ho conosciuto Tirana attraverso le ricerche di mie giovani allieve albanesi: ero intrigata di quella sospensione tra oriente e occidente, ed è per questo ho accettato l’invito del preside della facoltà di Architettura di Firenze a collaborare per il corso di laurea in Architettura dell’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio.

Tirana è in realtà una città inquietante, difficile da descrivere: la sua labirintica genesi orientale, solcata e in parte cancellata dai profondi segni degli italiani prima e dai disegni sovietici poi; occultata in seguito da una modernità interpretata quasi solamente nel continuo innalzamento degli edifici, dettato più da ricchezza degli investitori che da una norma; per non parlare, infine, del caotico traffico privato.
Eppure, nel suo forsennato disordine, Tirana appare viva e pulsante, così da coinvolgerci, nel bene e nel male.

Ho conosciuto architetti, formatisi in Italia ed in Albania, così come ho conosciuto giovani (anche fra i miei studenti) che hanno voglia di imparare, di fare e di cambiare.