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Di ANTONIO LAURIA

Professore, Facoltà di Scienze Applicate, UCNSBC

Nel mio lavoro all’università, le esperienze che mi piacciono di più sono quelle che si svolgono fuori dalle aule universitarie. In questo breve scritto, racconto un’esperienza recente: una missione a Përmet svolta dal 26 maggio al 2 giugno di quest’anno nell’ambito del Seminario Tematico “Albania dei Piccoli Borghi”, riservato a studenti della diaspora albanese iscritti all’Università di

Firenze. Questo progetto formativo è una delle azioni di un progetto di ricerca (The Diaspora as a Resource for the Knowledge, Preservation and Enhancement of the Lesser Known Cultural Sites in Albania) che stiamo svolgendo per conto dell’Organizzazione Internazionale dei Migranti (OIM) nell’ambito del programma Engage the Albanian Diaspora to the Social and Economic evelopment of Albania finanziato dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo (AICS) di Tirana.

L’organizzazione è stata faticosa, i problemi da risolvere sono stati tanti, ma finalmente si parte! Agli iscritti ‘fiorentini’ si sono aggiunti quattro miei studenti dell’Università Cattolica “Nostra Signora del Buon Consiglio” di Tirana. Con me ci sono tre colleghi: Francesco, Monica e Pietro. Ugo non è potuto venire per un problema di salute: la sua assenza si farà sentire.

L’incontro con gli studenti fiorentini è direttamente in aeroporto, a Pisa. Quattro di loro - Anissa, Faire, Judriva e Sezai - li conosco bene: sono stati miei studenti; gli altri - Anisa, Elda, Jessy, Kristi e Tracy - li ho conosciuti in questa occasione: ci guardiamo con curiosità e con un po’ d’imbarazzo. Anisa, che proviene dal Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte, Spettacolo, e Jessy, studentessa Erasmus che proviene da Siegen, in Germania, sono sicuramente le più spaesate di tutti. Tra di loro, alcuni non tornano in Albania da anni.

Arrivati a Tirana si uniscono al gruppo Elisa, Joana, Joni e Kristiana, dell’Università Cattolica “Nostra Signora del Buon Consiglio”. Hanno deciso di partecipare a questa esperienza solo perché la ritengono interessante. La cosa, inutile negarlo, mi fa molto piacere; la mia autostima ne trae un certo beneficio. A Tirana si unisce a noi un altro collega, Leonardo.

Baci e abbracci, presentazioni e, poi, si parte con un fiammante pulmino in direzione Përmet. Per strada i paesaggi cambiano rapidamente. Qualcuno si dice stupito della quantità industriale di autolavaggi: la ragione non è tanto dovuta, mi spiegano, alla smodata cura della propria auto da parte degli albanesi (che pure, secondo me, esiste), ma dalla polvere che si solleva dalle strade sterrate, ancora molto diffuse.

Si arriva a Përmet, e un cartello ci dice che qui, a parte il mare, c’è tutto. Permet è avvolta in un paesaggio bellissimo attraversato dal fiume Vjosa; è nota in Albania per l’ospitalità degli abitanti. Qui incontriamo i sei ricercatori che stanno svolgendo con noi un’altra parte della nostra ricerca: Arget, Dritan, Enis, Kamela, Migena e Valbona.

Sono a Përmet già da un pó di tempo e mi raccontano con entusiasmo le cose che hanno fatto e quelle che hanno in animo di fare. Nel pomeriggio, dopo una doccia all’albergo Razim, siamo pronti per la prima riunione presso il Centro Multifunzionale della città, dove ci accolgono Giorgio e i suoi collaboratori dell’ONG italiana CESVI, che ci supporterà nella organizzazione dei sopralluoghi. (In effetti la loro collaborazione è stata molto più estesa. Ci hanno tratto d’impaccio in moltissime occasioni). Il programma del lavoro è impegnativo: dobbiamo rilevare con il laser scanner e la fotogrammetria tre monumenti in tre villaggi della provincia di Përmet: la Chiesa della Dormizione di Maria a Leusë, il Ponte di Katiu a Bënjë e l’area circostante la Chiesa della Dormizione di Maria a Kosinë. Per fortuna possiamo contare sulla competenza di Francesco e Monica, che sanno cosa fare e sanno interagire con gli studenti. Parallelamente, Arget, Dritan ed Enis, guidati da Pietro devono analizzare finemente gli edifici per svelarne i segreti e comprenderne i problemi. L’indomani inizia il lavoro. La chiesa di Leusë, immersa in un paesaggio fiabesco, è bellissima e bisognosa di cure. Il Ponte di Katiu è immerso in una natura incontaminata in cui non manca proprio nulla: vasche di acqua termale, un canyon lungo 4 km, grotte preistoriche e, sullo sfondo, una cornice di montagne ancora innevate. La chiesa di Kosinë è stata restaurata di recente ed ha un paramento a cloisonnè molto elegante. Vicino c’è la scuola del paese: chiedo di visitarla e mi sembra di fare un viaggio nel tempo. Conosco Giorgio, il maestro, che, parlandomi in albanese, mi racconta la sua vita e la storia del paese. Ha una comunicativa incredibile e, a me, che sono negato per le lingue straniere, sembra di capire tutto. Mi dice che nel cortile della scuola furono sepolti i soldati italiani della sfortunata campagna di Grecia e mi parla con ammirazione di un generale italiano che venne a riesumare i cadaveri per riportarli in Patria. Mi viene in mente “Il generale dell’armata morta” di Ismail Kadare. Giorgio mi parla anche del grande clarinettista Laver Bariu, nato proprio a Përmet. Lavoriamo duramente e la sera siamo stanchi morti. Cioè, io sono stanco morto, perché i ragazzi se ne inventano sempre una: rafting sul Vjosa, balli tradizionali albanesi, canti isopolifonici, bagno di notte nelle vasche termali accanto al Ponte di Katiu... Io li osservo ammirato. I miei colleghi non disdegnano di partecipare ad alcune di queste iniziative. A cena si sta insieme per piccoli gruppi, come ognuno vuole, e ci si conosce meglio.

Si accorciano le distanze e i ragazzi si accorgono con stupore che anche i professori sono esseri umani in carne ed ossa. Osservo i ragazzi e mi sembra che quelli della diaspora siano più tormentati e riflessivi: spesso sradicati da piccoli dal loro Paese hanno dovuto affrontare con i loro genitori sfide difficili che, in alcuni casi, hanno lasciato delle cicatrici profonde che avranno bisogno ancora di un po’ tempo per rimarginarsi. I ragazzi nati e cresciuti in Albania, mi sembrano più sereni, con i ‘normali’ problemi dei ragazzi della loro età. Mi piace vederli interagire: sembra che si conoscano da sempre.

Una mattina ci siamo svegliati da alcune leggere scosse di terremoto, che si avvertono bene agli ultimi piani dell’albergo. Ci ritroviamo sulle scale esterne con gli occhi cisposi di sonno; parlottiamo un po’ e poi torniamo a letto. Adesso ci è più chiara la funzione dei robusti tiranti di legno tra gli archi della chiesa di Leusë. Gli ultimi giorni sono dedicati al processamento dei dati di rilievo: siamo un po’ emozionati quando Francesco ci mostra sullo schermo del suo PC le prime viste 3D della chiesa di Leusë, a cui siamo tutti, ormai, affezionati. Vedo Pietro pensoso e gli chiedo perché: mi dice che il sistema di captazione a monte della chiesa di Leusë non lo convince e che vorrebbe fare un altro sopralluogo: non avrei potuto desiderare un compagno di lavoro più competente e scrupoloso. Per l’ultima cena ci siamo proprio tutti: professori, studenti, ricercatori e i ragazzi del CESVI. Saremo una trentina. Durante e dopo cena i ragazzi ballano sul sottofondo di musiche tradizionali albanesi. Mi piace guardarli: hanno una grazia speciale. Ad un certo punto esco dal ristorante, mi siedo su un muretto e fumo un sigaro osservando le luci di Përmet e il cielo stellato. Penso ad un’infinità di cose che adesso non ricordo. Ritorno al ristorante e i balli impazzano; vedo transitare dal bar alla sala un numero micidiale di birre… ad un certo punto smetto di contarle.

Il giorno dopo faccio mestamente il trolley e trovo nella hall dell’albergo l’autista che ci riporterà a Tirana. Facciamo per l’ultima volta colazione e, insieme ad uno studente, vado dal proprietario dell’albergo per ringraziarlo per l’ospitalità e per scusarmi se qualche volta abbiamo fatto un po’ di confusione. Si mostra stupito per le mie parole e mi dice che negli ultimi 20 anni non ha mai avuto clienti migliori. Si commuove e mi abbraccia. Poi mi regala dei barattoli di confettura. Saliamo sul nostro pulmino fiammeggiante, ma nessuno ha voglia di parlare. Ognuno ha qualcosa da rimuginare. Io penso che questa esperienza lascerà una traccia profonda in ognuno di noi. Gli studenti hanno acquisito delle competenze, è vero, ma non mi sembra, questa, la cosa più importante. Alcuni si sono riconciliati con il loro Paese, altri hanno preso consapevolezza della sua bellezza. Sono nate delle nuove amicizie e altre amicizie si sono consolidate. Penso che forse ritorneremo a Përmet, ma che non sarà facile ricostruire l’atmosfera di questa settimana. Arrivati all’aeroporto di Tirana, le nostre strade si dividono: c’è chi resta in Albania e chi ritorna a Firenze. C’è appena il tempo per i saluti. Meglio così. I saluti tristi non li sopporto.

Gruppo di Lavoro del Seminario

Tematico “Albania dei Piccoli Borghi”

Staff Unifi: Antonio Laurìa (team leader), Leonardo Chiesi, Pietro Matracchi, Ugo Tonietti, Monica Bercigli, Francesco Tioli

Studenti Unifi: Anissa Alushi, Sezai Celoaliaj, Judriva Davidhi, Faire Dervishi, Kristi Kokëdhima,

Anisa Lagji, Elda Meta, Tracy Qehajaj, Jessy Shehu

Studenti UBSBC: Kristiana Kumi, Joana Lamaj, Elisa Miho, Joni Zajmi